Parafarmacia2
03 dicembre 2018

Contratti diversi, problemi diversi: parafarmacie e corner

Prendendo occasione da un articolo di Farmacista 33  uscito qualche giorno fa sulle condizioni contrattuali di chi lavora nelle neonate (o meno) catene di farmacie, ci piacerebbe approfondire le problematiche dei diversi contratti con cui i farmacisti si trovano a lavorare da dipendenti, in parafarmacia, in farmacia privata, nelle farmacie comunali, ricordandoci sempre tutti che non sono plausibili miglioramenti delle condizioni collettive che non derivino dalla capacità di fare massa critica per chiederli a voce alta. Primo caso che analizzeremo, quello chi lavora nelle parafarmacie.

Nelle catene di parafarmacie e nei corner parafarmacia dei supermercati viene applicato nella maggior parte dei casi il contratto del commercio. Questa applicazione contrattuale è legittimata dal fatto che la parafarmacia è formalmente un negozio di vicinato, seppur al suo interno lavori un professionista iscritto ad un Ordine sanitario. Il contratto del terziario/commercio comprende milioni di lavoratori, è un contratto abbastanza sindacalizzato, solido nella parte normativa, ha avuto un rinnovo economico nel 2015, ha lo stesso fondo di previdenza complementare che le farmacie private (FonTe) ed in più l‘assistenza sanitaria integrativa di FondoEst, consente di chiedere il part-time post maternità fino ai tre anni del bambino; di contro ha il lavoro domenicale chiesto con molta frequenza (anche se con maggiorazioni più alte che in farmacia, e con la facoltà di rifiutarlo per le mamme di bambini fino ai tre anni), ma il problema più rilevante che è frequente riscontrare riguarda il livello di inquadramento ,  che fa capire lo scarso potere contrattuale dei farmacisti al momento dell’assunzione,  probabilmente derivante dall’attuale situazione del mercato del lavoro.  Se il farmacista al banco in parafarmacia – con l’obbligo di indossare il camice e il caduceo, essere iscritto all’Ordine e pagare l’ENPAF-  dovrebbe essere un secondo livello (lavoratore di concetto che svolge compiti operativamente autonomi) e quando responsabile del punto vendita anche un primo livello (considerato che per tenere aperta una parafarmacia o un corner  è necessario per legge che ci sia almeno un farmacista con le caratteristiche di cui sopra, che pertanto mantiene tutte le sue responsabilità da professionista riguardo ai farmaci che stocca e che dispensa)  con le relative retribuzioni lorde , non è raro invece sentire colleghi che raccontano di contratti di assunzione che li definiscono “commessi alla vendita al pubblico”, inquadrati al terzo o addirittura al quarto livello , che è abbastanza indecente considerato che per svolgere la mansione c’è necessità di una laurea magistrale, con i costi relativi al mantenimento dell’iscrizione all’Ordine e le responsabilità comunque connesse alla dispensazione del farmaco anche SOP o OTC. Talmente questo inquadramento non riconosce il genere di attività di “vendita” peculiare del farmacista che è la dispensazione del farmaco, che quando nel contratto individuale non è ben specificato che si svolgono mansioni da “farmacista addetto alla vendita” qualcuno ha avuto anche problemi a far accettare  a ENPAF la domanda di riduzione del contributo, perché la sua non veniva riconosciuta come attività professionale.

Fanno eccezione alcuni titolari di parafarmacia (di solito farmacisti) che applicano ai collaboratori il contratto delle farmacie private, con molti contro e alcuni pro, tra cui nessun dubbio sul livello d’inquadramento spettante e sulla riduzione di ENPAF.

Invitiamo tutti  quelli che lavorano in parafarmacia indipendente da non titolari, in una catena di parafarmacie o in un corner di qualche catena della grande distribuzione a commentare l’articolo raccontandoci il loro inquadramento e le loro condizioni contrattuali, lo stato di sindacalizzazione e eventuali condizioni di miglior favore rispetto alla situazione generale.

 

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1 commento

  • Camilla says:

    Io lavoro in una parafarmacia, è di una catena che ne ha tante in diverse zone d’Italia, io lavoro su due sedi che distano una quarantina di chilometri tra loro (quattro giorni in una e due nell’altra), se non avessi dato questa disponibilità mi offrivano un part time. Sono assunta al quarto livello e ho un contratto a termine. Sono laureata da tre anni, ho fatto uno stage in farmacia privata ma poi non mi hanno tenuta , e ho già pagato ENPAF da disoccupata per due anni. Mi conveniva comunque secondo me accettare questo lavoro anche se mi piacerebbe di più lavorare in farmacia, comunque lo stipendio per uno appena entrato come me sarebbe più o meno uguale.
    Una mia collega si è iscritta alla CGIL quando è andata in maternità, se ho bisogno di chiedere informazioni telefono a lei che sa chi chiamare. Però mi ha spiegato che l’azienda non sa che lei è iscritta

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